
lunedì 5 febbraio 2007
Prolusione
dal blog Architettura dell'involucro, di Luigi Prestinenza Puglisi
Per Marshall McLuhan la moderna sensibilità ecologica nasce nel 1969 quando il primo uomo sbarca sulla luna e osserva la terra che, vista da lontano, sembra una navicella sperduta nel cosmo. Sono tuttavia le crisi petrolifere , più che i successi spaziali, che risvegliano le coscienze sullo stato del pianeta e delle risorse energetiche. A partire dalla crisi del 1973 che moltiplica il costo del barile e finire con quella seguita all’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, dove oro nero, terrorismo e Islam si mescolano in una miscela esplosiva. A disinnescare la quale sembra possa provvedere l’ ecologia la quale, evocando un rapporto di armonia e di equilibrio con la terra , si trasforma in un viatico per un mondo migliore , nell’abracadabra per restituirci quel paradiso terrestre che l’uomo ha compromesso. Spinti da una possente pressione ideologica, anche gli architetti italiani, tradizionalmente molto tiepidi verso temi che non siano esclusivamente linguistici, si sono appassionati alle problematiche ambientali , e tutto ci fa prevedere che per il prossimo lustro la sostenibilità diventerà uno dei temi centrali della loro ricerca progettuale. Contribuisce a confermarci questa certezza il fatto che il vecchio Star System con forme scintillanti e strabilianti, ma di regola poco sostenibili, ha finito per annoiare e che a partire dalla biennale del 2000 dall’accattivante titolo More Ethics, Less Aestetichs, sono sempre più insistenti, anche da parte degli architetti alla moda, le richieste di ricentrare l’architettura sui suoi fondamenti etici.
Come accade a tutte le parole magiche, succede però che il termine ecologia ognuno lo usa a modo suo: tanto e' vero che in Italia oggi esistono contrapposte famiglie di architetti ecologically correct. A differenziarli e' il rapporto che hanno con la tecnologia e con la ricerca formale. Vi sono innanzitutto gli ambientalisti luddisti che vedono in qualsiasi costruzione una minaccia. Sono in prima fila contro la cementificazione anche quando, come e' accaduto con il boicottaggio dell’auditorium di Niemeyer a Ravello, di natura incontaminata ne esisteva poco e nulla.
Vi sono poi gli architetti tradizionalisti che guardano all’architettura vernacolare. Presenti in prima fila alle conferenze che Leon Krier tiene in Italia, comprano la rivista Abitare la terra diretta da Paolo Portoghesi.
Una terza categoria e' rappresentata dai lo-tech. Orientati verso una ricerca linguistica d’avanguardia , la perseguono attraverso l’uso di apparati tecnologici relativamente semplici e un intelligente uso delle risorse naturali. Tra questi vi sono i giovanissimi gruppi degli Avatar e di 2A+p: i primi nel progetto per VeMa presentato alla recente biennale di Venezia hanno mostrato alcune inaspettate possibilità del bambù, i secondi stanno da tempo lavorando sull’uso del verde all’interno dei processi costruttivi.
La quarta categoria dei contestualisti raccoglie gli architetti particolarmente sensibili al tema di un contemporaneo landscape metropolitano cioè di un paesaggio in cui architettura e natura si integrano perdendo la loro originale diversità. Ci stanno lavorando, con approcci diversi, studi di notevoli dimensioni come quello di Benini i cui ultimi progetti sono spesso risolti nel sottosuolo per lasciare in superficie ampi spazi trattati a verde ed equipe decisamente sperimentali , come T studio e Metrogramma, con proposte in cui la dimensione territoriale e' prevalente su quella edilizia.
Alla quinta categoria appartengono gli “umanisti tecnologici”, quegli architetti come Renzo Piano e Mario Cucinella che lavorano su tecnologie avanzate ma senza mai cadere né in una eccessiva esibizione di strutture e impianti, come per esempio accade in molti edifici Hi Tech, né in un troppo impersonale e autocompiaciuto – sino ai limiti del virtuosismo manierista- Soft Tech, come negli ultimi edifici di Norman Forster o di Santiago Calatrava.
Vi sono, infine, gli architetti che lavorano con il digitale e le interrelazioni. Che pensano che l’edificio, diventando intelligente e cioè in grado di produrre feedback, rassomiglierà sempre di più a un organismo vivente. Questo programma di ricerca, a mio avviso molto promettente, oggi sembra essere caduto in disgrazia perché viviamo un momento in cui il nuovo produce ansia. Ma, se mi e' lecito fare una previsione, la paura non durerà a lungo e proprio dalle nuove tecnologie verranno la gran parte delle innovazioni che renderanno migliore l’habitat in cui vivremo nel prossimo futuro.
Luigi Prestinenza Puglisi
postato da
Luigi Prestinenza Puglisi
lunedì 5 febbraio 2007 alle ore 12:24
| commenti: 3 |
|
|
postato da
Marco Gennari
martedì 6 febbraio 2007 alle ore 08:09
|
"Viviamo un momento in cui il nuovo produce ansia"...? E lo si dice così? "Il nuovo produce ansia".
Se é vero che il mondo respira, e la vita pulsa, ogni giorno i capelli e le unghie crescono e le cose cambiano dal giorno prima, e ce ne sono che non esistevano. L'ansia , la paura c'é, io ne ho, ma ammetterla e giustificarla al punto da rifiutare e soffocare il nuovo e i cambiamenti é un crimine.
In questo le università di architettura hanno una grossa responsabilità, perché in nome dello status quo, degli interessi di chi vi fa parte, e … dell’ansia, l’istinto creativo e l’immaginazione vi è sistematicamente soffocato e ucciso.
L'accademismo é proprio di coloro che rifuggono l'angoscia dell'invenzione, compensata dalla gioia della scoperta. E' come smettere di pensare perché si sa, o, meglio,si pensa di sapere.
Frank Lloyd Wright una volta ha detto che per lui le università di architettura avrebbero potuto chiudere, affiggendo un cartello all’ingresso “Grazie a F. L. Wright”. Beh, per quello che mi riguarda, si potrebbe mettere anche la mia firma.
|
|
postato da
Andrea Langhi
sabato 3 marzo 2007 alle ore 10:03
|
"L'unica paura che resta del domani... è di non esserci".
|
|
postato da
Renzo Marrucci
sabato 18 ottobre 2008 alle ore 11:42
|
Caro lpp vedo che per avere una visione ampia del panorama perdi naturalmente sul piano degli approfondimenti. Per fare il professore è ovvio alleggerisci inevitabilmente sui fatti reali ma è normale. Anche Bruno Zevi faceva fatica su questo fronte del resto. A partire dalla recente Biennale triste e allampanata dell'ex collaboratore del progettista del museo di Bilbao... Si sono palesate apertamente delle scollature con la realtà che possono essere definite paurose... ma non per l'uso della tecnologia...Per la vuotezza di contenuti e contributi e delle interpretazioni cosiddette ufficiali...Di risorse creative da parte degli autori che hanno evaso certo per la paura di non saper affrontare i problemi. Ora se gli architetti non recuperano la loro pavida comoda subordinazione alla tecnologia... non c'è molto da prevedere se non un più profondo divario tra città e territorio tra città e uomo. La fine dell'architetura organica, cioè del dialogo tra uomo e ambiente, è perpetrata da quelli che non capiscono l'architettura ma che ci vivono dentro, per una qualsiasi ragione o per carriera, con molte e troppe opportunità...
|
|
Inserisci un commento:
|
|
|
il blog di Luigi Prestinenza Puglisi
|
|
dom
 |
lun
 |
mar
 |
mer
 |
gio
 |
ven
 |
sab
 |
|
| |
|
|
1 |
2 |
3 |
4 |
| 5 |
6 |
7 |
8 |
9 |
10 |
11 |
| 12 |
13 |
14 |
15 |
16 |
17 |
18 |
| 19 |
20 |
21 |
22 |
23 |
24 |
25 |
| 26 |
27 |
28 |
29 |
|
|
|
|
|
|
|
|